Dalla minaccia durante il consiglio comunale al clima di odio alimentato da paura e disinformazione: un segnale allarmante per la tenuta del confronto democratico.
Ci sono episodi che non possono essere archiviati come “tensione del momento” o liquidati con la solita formula dell’eccesso verbale. Quanto accaduto a Manfredonia, durante l’ultimo consiglio comunale, appartiene a un’altra categoria: quella in cui il linguaggio diventa arma, la politica bersaglio e la convivenza civile un principio calpestato.
Mercoledì scorso, nel pieno di un dibattito già carico di nervosismo per le comunicazioni del sindaco sull’arrivo dei richiedenti asilo presso la Casa della Carità, un gruppo di manifestanti ha interrotto ripetutamente i lavori. Il clima si è fatto incandescente al punto da costringere il presidente del consiglio a sospendere la seduta. In quel contesto, l’assessora Maria Teresa Valente (in foto), insieme ad altri rappresentanti istituzionali, si è avvicinata ai cittadini con l’obiettivo più semplice e più difficile: riportare la calma.
La risposta è stata brutale. Non una contestazione, non un dissenso espresso con durezza ma nei confini della dialettica democratica. No. Un uomo e una donna hanno oltrepassato ogni limite, arrivando a pronunciare una frase che non è solo un insulto, ma una vera e propria minaccia carica di odio: “Ti auguro di essere violentata da uno straniero”.
Qui finiscono le ambiguità. Non siamo di fronte a una “parola di troppo”, ma a un concentrato tossico di maschilismo e idiozia, un cortocircuito culturale che unisce il disprezzo per le donne alla paura strumentalizzata dello straniero. È un doppio stigma: colpire una donna in quanto tale, evocando la violenza sessuale come punizione, e allo stesso tempo alimentare la narrazione dello straniero come nemico, come incarnazione del pericolo.
Questo episodio è grave non solo per la violenza intrinseca delle parole, ma per ciò che rivela. Rivela un clima in cui il confronto politico viene sostituito dall’intimidazione personale. Rivela una fragilità democratica che si manifesta quando si ritiene legittimo augurare il peggio a chi ricopre un ruolo pubblico, colpevole soltanto di rappresentare un’istituzione o di sostenere una linea politica. Rivela, infine, quanto sia facile scivolare dall’opinione alla disumanizzazione.
Non è un caso isolato. È il sintomo di un linguaggio pubblico che si è progressivamente imbarbarito, in cui l’avversario diventa nemico e il nemico qualcuno da colpire, umiliare, zittire. Ma c’è un punto oltre il quale non si può andare senza mettere in discussione le fondamenta stesse della convivenza civile. Quel punto, a Manfredonia, è stato superato.
C’è poi una responsabilità collettiva che non può essere elusa. L’idea di essere “invasi”, agitata senza misura e senza responsabilità, diventa terreno fertile per questo tipo di derive. Quando la paura viene alimentata invece che governata, quando si legittima un racconto emergenziale continuo, il passo verso l’odio è breve. E l’odio, prima o poi, trova voce.
Difendere Maria Teresa Valente, il suo ruolo pubblico, oggi significa difendere qualcosa di più ampio: il diritto di ogni donna di fare politica senza essere esposta a una violenza che ha radici profonde e persistenti. Significa ribadire che il dissenso è legittimo, ma la minaccia no. Che la critica è il cuore della democrazia, ma l’intimidazione ne è la negazione.
E significa, soprattutto, rifiutare l’assuefazione. Perché il rischio più grande, di fronte a episodi come questo, è abituarsi. Considerarli inevitabili. Archiviare tutto sotto la voce “tempi difficili”. Non lo sono. Sono tempi in cui ciascuno è chiamato a scegliere da che parte stare: se da quella del confronto, anche duro ma civile, o da quella dell’insulto, della paura e della violenza. Chi sceglie la seconda, non sta semplicemente esagerando. Sta scegliendo di stare contro la democrazia e la civiltà.
















