<Agenzia Valerio - Adv

L’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari riapre tre tra i più efferati delitti della guerra di mafia sul Gargano e dimostra che la strategia di contrasto sta producendo risultati concreti.

Ci sono notizie destinate a occupare per giorni le aperture dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani. Altre, invece, scorrono via quasi in silenzio, sommerse dalla cronaca estiva, dalla leggerezza di luglio, dall’illusione che con il caldo anche le questioni più gravi possano finire in secondo piano. Gli arresti eseguiti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari appartengono, purtroppo, a questa seconda categoria. Eppure rappresentano uno dei risultati investigativi più significativi degli ultimi anni nella lotta alla mafia garganica.

La DDA di Bari ha chiuso il cerchio su tre dei delitti più efferati della lunga guerra di mafia che ha insanguinato il promontorio: la scomparsa di Francesco Li Bergolis, vittima di lupara bianca nel giugno 2011, l’omicidio di Ivan Rosa nel marzo 2014 e la scomparsa di Francesco Armiento nel giugno 2016. Un’inchiesta complessa, coordinata dalla Procura di Bari e sviluppata dal ROS dei Carabinieri, che ricostruisce anni di sangue, vendette e regolamenti di conti riconducibili allo scontro tra il gruppo Romito-Lombardi-Ricucci e il clan Li Bergolis. Non si tratta soltanto di un’importante operazione giudiziaria. È la dimostrazione che lo Stato ha continuato a lavorare quando i riflettori si erano spenti.

Per troppo tempo la mafia garganica è stata raccontata come una criminalità minore, quasi una faida tra famiglie confinata in un angolo della Puglia. È stato uno degli errori di valutazione più gravi compiuti negli ultimi decenni. Sul Gargano si è combattuta una delle guerre di mafia più feroci d’Italia: decine di omicidi, vittime di lupara bianca, agguati in pieno giorno, intimidazioni e un controllo del territorio esercitato attraverso la paura.

La svolta può essere fatta coincidere con la strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. Quel giorno, nell’agguato costato la vita al boss Mario Luciano Romito e al cognato Matteo De Palma, furono uccisi anche Luigi e Aurelio Luciani, due fratelli agricoltori, vittime innocenti che si trovarono casualmente sul luogo della sparatoria. Quelle immagini fecero il giro del Paese e costrinsero tutti a prendere coscienza che la mafia garganica non era più una questione locale.

Da allora qualcosa è cambiato. Lo Stato ha scelto di alzare il livello dello scontro. Si è rafforzato il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia, sono cresciuti gli investimenti investigativi, si è intensificato il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. Si è finalmente compreso che il Gargano rappresentava uno dei fronti più delicati della lotta alle mafie nel Mezzogiorno. Gli arresti di questi giorni sono uno dei grandi risultati di quella scelta.

Perché risolvere delitti di mafia dopo dieci o quindici anni significa spezzare una delle convinzioni più radicate nelle organizzazioni criminali: che il tempo cancelli tutto. Significa dimostrare che le indagini non si fermano, che la memoria dello Stato è più lunga di quella dei clan e che anche i delitti più complessi possono trovare una risposta giudiziaria. È un messaggio potente, soprattutto per un territorio che per anni ha convissuto con la rassegnazione.

Naturalmente nessuno può parlare di vittoria definitiva. I recenti episodi di violenza registrati a Vieste dimostrano che la mafia garganica continua a essere una realtà criminale radicata, capace di rigenerarsi e di esercitare ancora un forte condizionamento sul territorio. Ma proprio per questo le misure cautelari eseguite in questi giorni assumono un valore ancora maggiore.

Sorprende, allora, il quasi silenzio che ha accompagnato questa operazione. Forse è la stagione, forse è il ritmo frenetico dell’informazione che consuma ogni notizia nel giro di poche ore. Eppure questa vicenda avrebbe meritato ben altro spazio nel dibattito pubblico.Perché non riguarda soltanto alcuni arresti. Riguarda la credibilità dello Stato. Riguarda la fiducia dei cittadini.

Riguarda un territorio che per troppo tempo è stato raccontato soltanto attraverso il sangue versato e che oggi può finalmente vedere affermarsi un’altra narrazione: quella di uno Stato che indaga, ricostruisce, non dimentica e arriva, anche dopo molti anni, a chiedere conto delle responsabilità.

Don Luigi Ciotti ricorda da sempre che la lotta alle mafie non si misura soltanto dal numero degli arresti o delle condanne, ma dalla capacità delle istituzioni e della società civile di restare accanto ai territori, costruendo ogni giorno giustizia, memoria e partecipazione.

È questo il significato più profondo dell’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Non soltanto assicurare presunti responsabili alla giustizia, ma riaffermare un principio essenziale: sul Gargano il tempo dell’impunità non può più essere considerato una certezza. E quando lo Stato dimostra di avere memoria, restituisce anche ai cittadini la convinzione che la legalità non sia soltanto un ideale, ma una concreta possibilità.

Bang!

Google search engine