Dalle polemiche sulle riprese del film alla mancata valorizzazione dei luoghi di Federico II: il vero problema non è chi forse esclude la Capitanata, ma ciò che la Capitanata non riesce a costruire.
L’ipotetica esclusione della Capitanata dalle riprese del film dedicato a Federico II, con protagonista Riccardo Scamarcio, ha riacceso l’ennesima polemica. Una polemica che segue un copione ormai logoro e prevedibile: una volta la colpa è dei “baresi”, un’altra dell’aeroporto Gino Lisa, un’altra ancora di Roma, della Regione o di qualche oscuro centro di potere. Stavolta il bersaglio sarebbe la produzione cinematografica rea di non aver scelto il territorio foggiano come scenario della vita dello Stupor Mundi. Peccato che la stessa casa di produzione abbia già smentito la notizia. Ma, anche se fosse stata vera, il punto sarebbe davvero questo?
Federico II è morto a Castelfiorentino, nell’attuale provincia di Foggia, nei pressi di Torremaggiore. È un fatto storico, documentato e incontestabile. Nessun film, nessuna fiction e nessuna scelta di location potranno cancellarlo. La storia non si riscrive con una sceneggiatura e il valore di un territorio non dipende dal fatto che una troupe decida o meno di girarvi qualche scena. Pensare il contrario significa ridurre secoli di storia alla speranza di replicare il cosiddetto “effetto Montalbano”, come se bastasse una telecamera per risolvere problemi che si trascinano da decenni.
La vera domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: cosa è stato fatto in questi anni per valorizzare Castelfiorentino? Quanti progetti di respiro nazionale o internazionale sono stati costruiti attorno a uno dei luoghi simbolo della vicenda federiciana? Quanti investimenti, quante strategie, quanta programmazione hanno trasformato quel sito in una destinazione culturale riconoscibile e attrattiva? La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. E forse è proprio questa risposta che si preferisce evitare.
In Capitanata, Federico II viene evocato ovunque. Il suo nome è diventato una sorta di marchio identitario da spendere in ogni occasione, spesso senza alcun rigore storico. Sul Gargano, ad esempio, il legame con l’imperatore viene talvolta rivendicato con una disinvoltura che supera le evidenze documentali. Esistono pochi riferimenti al territorio garganico di Federico II che ne raccontano il paesaggio, visto da lontano, ma questo non autorizza a trasformare ogni borgo, ogni castello e ogni leggenda in una tappa certificata della sua biografia.
Andrebbe anche ricordata una distinzione fondamentale che troppo spesso viene ignorata: una cosa sono i castelli federiciani, cioè le strutture costruite o riorganizzate durante il regno dell’imperatore; un’altra sono i luoghi che Federico II frequentò realmente. Confondere i due piani serve forse alla promozione turistica più facile, ma non alla verità storica. Lo stesso vale per molte narrazioni sedimentate nel tempo, come quella della presunta prigionia di Bianca Lancia a Monte Sant’Angelo: una storia priva di solide conferme documentarie, il castello, o la torre che ospitò le ultime settimane della sposa di Federico II e mamma di Re Manfredi, si troverebbe in un altro luogo della Puglia (Gioia del Colle).
Il problema della Capitanata è che troppo spesso preferisce rifugiarsi nella retorica dell’esclusione anziché affrontare quella delle responsabilità. Si protesta per ciò che fanno gli altri, ma molto meno per ciò che non si è stati capaci di fare in casa propria. Si cercano continuamente colpevoli esterni, come se il mancato sviluppo turistico del territorio fosse sempre il risultato di una congiura altrui e mai di occasioni sprecate, progetti incompiuti, finanziamenti dispersi e assenza di una strategia.
La valorizzazione del patrimonio culturale non si costruisce con il vittimismo permanente. Non nasce dalle polemiche social, dai comunicati indignati o dalla ricerca ossessiva di nemici esterni. Richiede visione, competenza, investimenti e continuità amministrativa. Richiede soprattutto la capacità di trasformare la storia in un progetto e non in un alibi.
Continuare a lamentarsi per un film che forse non escluderà affatto la Capitanata rischia di alimentare quella che appare sempre più come una vera e propria sindrome del brutto anatroccolo: la convinzione che il destino del territorio dipenda sempre dalle decisioni degli altri e mai dalle proprie scelte e da una visione chiara.
Se davvero si vuole fare di Federico II un volano per la crescita culturale e turistica della Capitanata, sarebbe opportuno smettere di inseguire polemiche effimere e iniziare a pretendere risultati concreti. A partire dalla politica locale e regionale. Perché la memoria storica si difende valorizzando i luoghi della storia, non inventando ogni settimana un nuovo nemico contro cui protestare.
















