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Cappucci candidato per uno scranno impossibile, la scelta di correre da soli appare meno come un atto rivoluzionario e più come un ritorno alle origini: la panchina.

A San Giovanni Rotondo la politica continua a offrire quello spettacolo un po’ surreale in cui i protagonisti sembrano recitare a soggetto, salvo poi stupirsi del finale. E tra i copioni più rodati, quello di Rifondazione Comunista merita una menzione speciale: la raffinata arte di stare comodamente all’opposizione, con coerenza quasi zen.

Del resto, sotto la guida del sindaco Filippo Barbano, i “nipotini di Lenin” avevano avuto un’occasione più unica che rara: dopo anni misurarsi con il governo della città. Non una comparsata, ma uno spazio politico vero, persino generoso. Addirittura, sul tavolo c’era la proposta del ruolo di vicesindaco per Cappucci. Una di quelle offerte che, in teoria, si raccontano ai posteri con orgoglio.

E invece: niet. Niet, perché non era gradito il primo dei non eletti, oggi, ironia della sorte, fuori dal partito, il giovane Cafaro poi approdato alla comunicazione del primo cittadino. Una scelta che già allora sembrava più dettata da equilibri interni che da una visione per la città. Ma la politica, si sa, è anche questo: l’arte di complicarsi la vita quando le cose sembrano andare lisce. Poi è arrivato l’asse con Chindamo. Un feeling curioso, soprattutto alla luce della collocazione attuale dell’ ex presidente del consiglio, naturalmente nel centrodestra. Una di quelle alchimie che fanno dire agli osservatori: “forse ci sfugge qualcosa”. O forse no.

Oggi Rifondazione si ripresenta nella sua versione più classica: dura e pura. Naturalmente candidato sindaco Roberto Cappucci (in foto), che cita le squadre rivelazioni dei campionati di calcio e spera nel miracolo. Una postura rispettabile, certo, ma che qualcuno dovrebbe contestualizzare. Perché quando si contribuisce, a torto o a ragione, a far fallire un progetto politico, più che accompagnare una svolta si finisce per demolire il cantiere. E se dopo sei mesi di amministrazione Barbano si chiede di entrare in giunta, la narrazione comincia a scricchiolare.

Così, la scelta di correre da soli, annunciata in questi giorni, appare meno come un atto rivoluzionario e più come un ritorno alle origini: la panchina. Da lì si può giocare la carta della rappresentanza, coerenza, rivendicare una militanza quotidiana, ricordare a tutti che “facciamo politica 365 giorni l’anno”. Tutto vero, per carità. Ma c’è un piccolo dettaglio che sfugge: non sempre tutto ciò si trasforma in consenso, in voti. E forse, tra un comizio, un sit-in e un pugno alzato, qualcuno dovrebbe iniziare a chiedersi se la coerenza, senza un pizzico di pragmatismo, non rischi di diventare semplicemente un modo elegante per restare,ancora una volta, fuori dal Consiglio Comunale.

E mentre si continua a sventolare icone rivoluzionarie di lotta e di governo, il vero nodo resta lì, irrisolto: un ricambio di visione e generazionale che non arriva mai, come se anche il futuro fosse rimasto bloccato in sezione, accompagnato da una sorta di autoassoluzione che funziona come meccanismo psicologico, affine alla dissonanza cognitiva, utile a ricondurre ogni scelta all’interno di un’immagine di sé coerente, anche a fronte di prove contrarie.

Bang!

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