Agenzia Valerio

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo del consigliere comunale di Monte Sant’Angelo, Matteo Notarangelo e di Matteo Pio Impagnatiello a proposito di una scritta murale e degli archi del Convento dei Cappuccini, comparsi durante i lavori di ristrutturazione della villa comunale.

Nel 2021, quando si era ancora in piena pandemia e durante i lavori di manutenzione di una abitazione ubicata nel corso Vittorio Emanuele di Monte Sant’Angelo, venne fuori, per caso, la scoperta di una scritta murale. Quest’ultima risaliva al Ventennio fascista, quando “i muri parlavano”. Nel periodo compreso dal 1922 al 1945, tramite le scritte murali la propaganda fascista raggiungeva tutte le località della penisola, fungendo da mass media ante litteram. Gli slogan mussoliniani campeggiavano sulle facciate degli edifici pubblici e privati, ma anche sui muri posti all’ingresso dei centri abitati, o situati in posizione strategica o lungo le vie di scorrimento. Queste “lavagne”, che riportavano il verbo del duce, raggiungevano tutte le classi sociali della popolazione, anche coloro i quali non avevano accesso ad altri mezzi d’informazione allora esistenti, come giornali e riviste.

Le scritte murali erano contraddistinte da caratteri cubitali e quindi leggibili anche da lontano; erano di solito su fondo bianco, per essere notate. Come appunto a Monte Sant’Angelo. L’allora Ministero della Cultura Popolare (Min.Cul.Pop) individuava le frasi scelte dai discorsi o dagli scritti di Mussolini e le inviava ai prefetti che, in accordo con le autorità comunali, decidevano dove riportarle. Le scritte murali del Ventennio sono ancora oggi visibili in molte parti d’Italia. C’è anche chi (Enti pubblici) ha, con lungimiranza, finanziato il loro restauro. Tanto ha fatto Cison di Valmarino, comune in provincia di Treviso, qualche anno fa. Nel comune veneto, le tre scritte murali del Ventennio sono state messe in risalto sulle storiche facciate degli edifici, con la rimozione della patina degli anni passati. Nel paese garganico, invece, è accaduto l’esatto contrario. La sua cancellazione fa il paio con gli archi ( forse del XVI secolo?) del Convento dei Cappuccini, comparsi durante i lavori di ristrutturazione della villa comunale e prontamente “cancellati” con uno strato di malta.

Nella tutela e valorizzazione dei beni e attività culturali, vi è la preminenza dello Stato. Ma gli Enti territoriali hanno un ruolo nel gestire il patrimonio culturale: infatti, possono destinare parte delle loro risorse alla sezione di bilancio dedicata alla tutela e alla valorizzazione di beni e attività culturali. L’importante patrimonio storico-culturaledi Monte Sant’Angelo, potrebbe rappresentare un asset strategico per la ripresa post pandemia. In queste due ultime occasioni, si è manifestata l’incapacità dell’ente locale di Monte Sant’Angelo, che ha scelto di considerarle un fardello di cui liberarsene rapidamente.  A dispetto dell’articolo 9 della Costituzione, si è preferito cancellare la memoria storica, piuttosto che conservare e valorizzare. Poco più di vent’anni fa, i talebani utilizzarono una grande quantità di tritolo per abbattere i Buddha di Bamiyan, due statue monumentali di Buddha, del VI-VII secolo dopo Cristo, scolpite nella roccia della valle di Bamiyan in Afghanistan. Tale crimine ha rappresentato una delle perdite culturali più significative dopo la seconda guerra mondiale.  A Monte Sant’Angelo, è bastata l’insensibilità dell’Istituzione più vicina alla comunità.

* Matteo Pio Impagnatiello
(membro Unidolomiti)
Matteo Notarangelo
(sociologo e consigliere comunale)

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