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Il caso di Vieste e Peschici riapre il dibattito sulle motivazioni degli incendiari, sul ruolo del volontariato e sulla prevenzione degli incendi dolosi.

Otto incendi contestati e un ulteriore episodio rimasto allo stadio del tentativo. È la sequenza di roghi che, tra la fine di luglio e l’inizio di settembre, ha interessato il territorio di Vieste e Peschici e che, alla luce dell’inchiesta della Procura di Foggia, assume contorni inquietanti.

Secondo quanto ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa l’11 settembre dal gip Marialuisa Bencivenga, al centro delle contestazioni c’è A. D., classe 1992, residente a Vieste e volontario dell’associazione di Protezione Civile Pegaso, impegnata anche nelle attività di spegnimento degli incendi boschivi. L’accusa, ancora da sottoporre ai successivi passaggi giudiziari, è di incendio boschivo con diverse aggravanti, tra cui quella legata proprio alla sua posizione di volontario impegnato nella prevenzione e nella lotta agli incendi.

È questo l’elemento che rende il caso particolarmente emblematico: il presunto autore dei roghi sarebbe stato inserito nello stesso sistema chiamato a contrastarne gli effetti. Il doppio ruolo attribuito all’indagato solleva interrogativi sulle possibili motivazioni di chi appicca incendi. Dietro questi comportamenti possono esserci interessi economici, vendette, conflitti personali, ricerca di attenzione o dinamiche psicologiche più complesse. Nel caso di Vieste e Peschici, tuttavia, individuare un eventuale movente spetterà agli investigatori e alla magistratura. Ogni interpretazione anticipata rischierebbe di trasformare un’ipotesi in una certezza.

Resta però una domanda: può l’emergenza provocata diventare, per chi la genera, anche un’occasione per assumere un ruolo, sentirsi necessario o esercitare una forma distorta di controllo? È una possibilità studiata in relazione al fenomeno incendiario, ma non una spiegazione automaticamente applicabile al caso specifico. La vicenda assume un rilievo particolare in un territorio come quello di Vieste e Peschici, tra le principali mete turistiche del Gargano. Durante l’estate, un incendio può trasformarsi rapidamente da emergenza ambientale a problema di sicurezza, con conseguenze sul turismo, sulle attività economiche e sulla percezione di sicurezza di residenti e visitatori.

Dopo l’arresto, l’assessore regionale alla Gestione delle Emergenze Debora Ciliento ha richiamato l’attenzione sulla successione dei roghi, alcuni dei quali partiti da più fronti, sottolineando il lavoro svolto da Forze dell’Ordine e magistratura. Il caso riporta inevitabilmente al centro anche il ruolo del volontariato di Protezione civile. L’associazione Pegaso ha sospeso il volontario, esprimendo sconcerto per quanto accaduto e invitando a non estendere la vicenda all’intero mondo della Protezione civile.

Il volontariato rappresenta infatti una componente essenziale della gestione delle emergenze, con migliaia di persone impegnate quotidianamente nella prevenzione e nel soccorso. Un singolo caso, per quanto grave e paradossale, non può diventare un giudizio sull’intero sistema. Lo ha ribadito anche l’assessore Ciliento, sottolineando la necessità di «preservare la fiducia nel volontariato e, allo stesso tempo, rafforzarne responsabilità e controlli».

La vicenda va oltre il singolo procedimento: prevenire gli incendi dolosi significa rafforzare controlli e prevenzione, ma anche comprenderne le motivazioni. Sarà la magistratura a stabilire responsabilità e moventi. Resta però il paradosso più inquietante: secondo l’accusa, a provocare l’emergenza sarebbe stato proprio chi faceva parte del sistema chiamato a combatterla.

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