La vittoria di Floriana Natale segna il ritorno del centrodestra alla guida della città, mentre il centrosinistra, il M5s e il Pd, sono chiamati a una profonda riflessione sul proprio futuro politico.
Le elezioni comunali di San Giovanni Rotondo consegnano un verdetto netto, di quelli che non lasciano spazio a interpretazioni di comodo né a complesse analisi post voto: ha vinto Floriana Natale, ha vinto il centrodestra. Un successo che nasce anche dalle macerie politiche lasciate dalla fine anticipata dell’amministrazione Barbano, da una lunga stagione di tensioni interne al centrosinistra e da quelle interminabili trattative pre-elettorali dove spesso sembrava più importante decidere chi non dovesse candidarsi piuttosto che scegliere chi dovesse governare la città. Alla fine, però, gli elettori hanno premiato la coalizione che è riuscita a presentarsi con il volto più compatto. In politica non sempre vince chi ha le idee migliori, ma quasi sempre chi riesce almeno a non litigare pubblicamente fino al giorno del voto.
Attorno alla vittoria di Floriana Natale ritrovano spazio anche figure che già avevano avuto un ruolo nella precedente stagione amministrativa e che potrebbero tornare a occupare posizioni centrali nel Consiglio comunale. Se esistono vincitori, inevitabilmente esistono anche sconfitti. E il principale sconfitto politico di questa tornata è il Partito Democratico. O forse, per essere più precisi, ciò che resta del Pd dopo le fratture consumatesi con Giuseppe Siena e l’ex sindaco Michele Crisetti.
Il segretario Matteo Masciale registra l’ennesima battuta d’arresto e il dato più significativo è forse un altro: il Pd non solo non conquista Palazzo di Città, ma si ritrova addirittura seconda forza all’interno della propria coalizione, superato dalla lista “Fini Sindaco”. Un risultato che pesa più di tante dichiarazioni e che racconta le difficoltà di una classe dirigente che, dopo la caduta dell’amministrazione Barbano, non è riuscita a ricostruire un progetto largo e convincente. Ancora una volta, l’asse politico fondato sulla somma dei portatori di consenso non ha raggiunto l’obiettivo. A questo punto, il presunto laboratorio politico appare sempre meno come un modello innovativo e sempre più come una formula che continua a scontrarsi con la realtà delle urne.
Tra i vincitori morali va inserita sicuramente Rossella Fini, candidata del centrosinistra. Non per il risultato delle urne, che la vede sconfitta, ma per il modo in cui ha interpretato la campagna elettorale e soprattutto il momento della sconfitta. Appena conosciuto il verdetto, ha scelto la strada più semplice e al tempo stesso più difficile: quella dell’eleganza istituzionale. Si è congratulata personalmente con Floriana Natale, dimostrando che si può perdere un’elezione senza perdere stile. In tempi di post polemici, analisi rancorose e comunicati scritti col dente avvelenato, non è un dettaglio da poco.
Questa elezione lascia una lezione che una parte della politica continua a ignorare con sorprendente perseveranza: i cittadini eleggono un’amministrazione perché governi, non perché trascorra il mandato a discutere di se stessa. Può sembrare un concetto elementare, eppure è stato spesso dimenticato. Governare significa garantire stabilità, far funzionare il Comune, mantenere coesa la maggioranza e affrontare i problemi della città. Le alchimie politiche, i vertici infiniti e le schermaglie tra alleati appassionano chi vive i corridoi della politica, ma molto meno chi vive le strade della città. E quando la politica parla soprattutto a se stessa, prima o poi sono gli elettori a cambiare discorso. Il cosiddetto “premio coerenza” può regalare soddisfazioni morali e qualche applauso nelle riunioni di partito, ma non basta per governare bene la città.
San Giovanni Rotondo ha perso troppo tempo tra crisi politiche, riunioni di maggioranza annunciate e mai celebrate, scontri personali e regolamenti di conti mascherati da dibattito politico. Un percorso che ha condotto al commissariamento del Comune, evento che rappresenta sempre una sconfitta collettiva prima ancora che una sconfitta di parte.
C’è poi chi guarda all’esperienza di Molfetta, dove vince un candidato comunista, come a un modello da replicare fedelmente. Ma la politica non è una catena in franchising. Non basta importare slogan, alleanze o strategie per ottenere gli stessi risultati. Ogni realtà ha una storia, equilibri e dinamiche differenti. Prima di copiare la ricetta del vicino, sarebbe utile chiedersi se si possiedono gli stessi ingredienti.
Un capitolo a parte merita il Movimento 5 Stelle. Quella che fino a pochi anni fa era la principale forza politica cittadina, con un sindaco espressione del Movimento, esce da queste elezioni fortemente ridimensionata. Il risultato finale parla di un solo consigliere comunale di minoranza. Non è bastata neppure la visita di Giuseppe Conte, apparso in campagna elettorale come una cometa: luminosa, attesa, ma visibile per pochissimo tempo. Il miracolo politico, questa volta, non si è verificato.
Nelle ore successive al voto, intanto, i social si sono trasformati nell’ennesimo congresso permanente degli esperti di politica. Analisti improvvisati, strateghi dell’ultima ora e commentatori infallibili si affannano a spiegare cosa sia successo. Quasi tutti trovano responsabilità negli altri. Pochissimi nelle proprie scelte. Eppure torna alla mente una frase spesso attribuita ad Albert Einstein: «È follia fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi».
Forse è proprio qui il punto. Perché più che il centrodestra, più che Floriana Natale, più che le singole candidature, il vero vincitore di questa elezione è stato ancora una volta la ricerca del cambiamento. E il vero sconfitto è chi continua a riproporre gli stessi schemi, le stesse alleanze e gli stessi errori, sperando che questa volta gli elettori decidano improvvisamente di premiarli. Di solito, però, le urne hanno poca pazienza. E una memoria molto più lunga di quanto molti politici siano disposti ad ammettere.
















