Dopo quanto accaduto durante l’incontro per gli auguri di Natale, un gruppo di lavoratrici e lavoratori, presenti e non presenti, affida ai social una lettera di scuse: condannate urla, slogan e offese personali. “Il dissenso è legittimo, ma non la perdita di dignità”.
Un gruppo di dipendenti di Casa Sollievo della Sofferenza ha deciso di rompere il silenzio e prendere pubblicamente le distanze dalla protesta avvenuta durante il tradizionale incontro per gli auguri di Natale (in foto). Lo ha fatto attraverso una lunga lettera, diffusa anche sui social, firmata da lavoratrici e lavoratori che non si riconoscono in quanto accaduto e che condannano le urla, gli slogan e i toni utilizzati nel corso dell’evento.
La lettera nasce, spiegano, non solo da chi era presente in sala ma anche da molti dipendenti che non erano in turno e che hanno appreso i fatti attraverso i video circolati online e ripresi da organi di informazione nazionali. Filmati che hanno generato “amarezza, mortificazione e distanza morale”.
Al centro del testo c’è una presa di posizione netta: il dissenso è un diritto, ma non lo sono l’offesa personale, l’aggressione verbale e l’umiliazione pubblica. Parole dure vengono spese per quanto accaduto dopo l’intervento del Vescovo e Presidente della Fondazione, ispirato al “Natale scomodo” di don Tonino Bello, quando – secondo i firmatari – l’incontro ha perso il suo significato trasformandosi in una protesta scomposta.
Nella lettera arrivano scuse esplicite a più destinatari. In primo luogo a Gino Gumirato, “non nel ruolo ma come uomo”, per le offese personali ricevute, fino all’episodio definito particolarmente grave dell’aggressione sulle scale davanti ai pazienti. Scuse anche al Vescovo e Presidente, le cui parole “profonde e autentiche” sarebbero state ferite da comportamenti lontani dal messaggio evangelico, e al Vicepresidente, interrotto mentre stava condividendo il dolore per la morte di un bambino di sette anni avvenuta proprio in ospedale.
Ma il passaggio forse più simbolico è quello rivolto a Padre Pio: “Ciò che si è visto non è l’ospedale di Padre Pio”, scrivono i dipendenti, rivendicando un’idea di Casa Sollievo come luogo di accoglienza, rispetto del dolore e dignità delle persone. La lettera sottolinea come la stragrande maggioranza dei lavoratori sia composta da professionisti seri e rispettosi, che soffrono per l’attuale situazione ma rifiutano che la rabbia si trasformi in violenza verbale. Molti, raccontano, sono rimasti seduti; altri sono usciti in silenzio; altri ancora, vedendo i video, si sono sentiti offesi perché non vogliono essere confusi con comportamenti che non li rappresentano.
I firmatari evidenziano anche che la protesta è avvenuta a fronte di “scenari non definiti”, senza atti formali, senza una contrattazione di secondo livello e senza decisioni già prese. Da qui la convinzione che si sia scelto “il rumore, l’insulto, l’aggressione”, un metodo che dichiarano di non riconoscere come proprio.
Infine, esprimono perplessità sull’annunciata organizzazione di una fiaccolata definita “pacifica” da parte degli stessi promotori della protesta, interrogandosi sulla coerenza tra richiami alla pace e comportamenti recenti improntati all’aggressività verbale. “La pace – scrivono – non è una forma, ma uno stile”.
















