Agenzia Valerio

La risposta, privata, di una giovane donna ad un post, pubblico, dell’associazione Legambiente. L’analisi amara che lancia molti spunti di riflessione per la cittadina garganica.

Quanti sono i giovani che partono da San Giovanni Rotondo e vorrebbero tornare? Questa domanda, apparentemente semplice, è stata posta sui social qualche giorno fa dal circolo di Legambiente in forma poetica, utilizzando le parole del più noto poeta contemporaneo Franco Arminio. “Per riabitare i paesi bisogna credere ai ragazzi che sono rimasti e a quelli che potrebbero tornare: abbiamo mai chiesto a qualcuno veramente se vuole tornare?”

Alla sollecitazione dell’associazione in pubblico non ci sono state numerose risposte. Qualche risposta ironica e qualche indicazione generica, tutte tralasciando la prima parte delle parole del poeta irpino, da segnalare quella di Michele Pio Antonacci, che, invece, non ha dubbi: “Sono tornato dopo due mesi perché sentivo fortemente la mancanza della mia San Giovanni Rotondo, delle abitudini, della nostra routine… nonostante tutto sono pur sempre di questa città e ne vado fiero.” Ha scritto.

Una risposta ha però richiamato l’attenzione di Legambiente, un feedback arrivato in privato, nella posta dell’associazione. Dopo aver ricevuto la segnalazione abbiamo contattato l’autrice, che si sente “lusingata” dell’attenzione ma preferisce rimanere anonima, e puntualizza: “La mia non è un’analisi definitiva ma voglio offrire solo uno spunto di riflessione”.

Abbiamo deciso di pubblicare la sua riflessione integralmente.

Ecco perché i giovani più coraggiosi appena possono scappano via da San Giovanni Rotondo.

 “Ho letto il vostro ultimo post e mi sono sentita chiamata in causa. Mi chiedete se voglio tornare. Tra un anno avrò passato metà della mia vita a Torino e metà a San Giovanni. Sono sangiovannese  a tutti gli effetti, ma non tornerei. Non solo per una questione lavorativa, sono un ingegnere chimico e li vedo pochi sbocchi, per una questione di mentalità. Sono si andata via per studiare ma anche per sfuggire alle etichette che mi avevano affibbiato da quando sono nata. Ho frequentato le famose classi gold, con insegnanti gold e compagni gold. Ma nonostante fossi preparata e sveglia non ero abbastanza gold perché non ero figlia di… (nonostante provenga da due ottime famiglie).

E questo dover stare al mio posto, stare nelle retrovie per non oscurare gli altri, e non venire potenziata perché erano gli altri a doverlo essere. Questa cosa in alcune scuole, a tutti i livelli, succede ancora. Questo spinge i ragazzi con meno mezzi a credere di non poter essere di più e scoraggia. Non avviene solo a scuola, ma anche fuori. Che cosa si offre ai ragazzi? Due sport, danza classica, qualche insegnante privato di musica o di inglese. E questi ragazzi che non hanno famiglie così attente o abbienti, cosa possono fare? Che opportunità di scoprire e sperimentare si offre? Si impara solo a catalogare le persone ed etichettarle, non a far uscire estro e genialità. Ecco perché i più coraggiosi appena possono scappano via.

Io sono andata via e non tornerei, perché voglio vivere in un ambiente pieno di opportunità e dove posso almeno provare ad esprimermi. A San Giovanni è data a tutti e tutte questa opportunità? La mia non è una critica, il lavoro certo è importante, ma le ragioni sociali che spingono i ragazzi ad andare via sono più profonde”.

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