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Non solo arrivi e presenze, tra strategie turistiche e polemiche politiche, resta il nodo delle occasioni mancate.

Dagli albergatori alla rete internazionale del turismo religioso, fino all’Amministrazione comunale, il dibattito si concentra sul calo delle presenze e sulla necessità di rilanciare la destinazione. Ma c’è una domanda che rischia di restare sullo sfondo: quanto valore economico, occupazione e sviluppo lascia davvero il turismo sul territorio? Perché i numeri, da soli, non bastano a misurare la salute di una destinazione.

A San Giovanni Rotondo, di fronte alla flessione dei flussi turistici, le proposte non mancano: strategie condivise, promozione internazionale, recupero del turismo organizzato, nuovi collegamenti e maggiore collaborazione tra istituzioni, operatori economici e realtà religiose. Tutte iniziative legittime, ma che non esauriscono la questione. Il problema è soltanto quanti turisti arrivano oppure occorre interrogarsi anche sulla qualità del turismo e sul valore che genera per la città? La differenza non è secondaria, anzi è propedeutica ad una strategia.

In un momento in cui molte destinazioni cercano soluzioni al fenomeno dell’overtourism, appare evidente che la quantità, da sola, non sia un indicatore sufficiente. Arrivi e presenze raccontano soltanto una parte della storia: non dicono quanto spendono i visitatori, quali segmenti turistici generano maggiore valore e come intercettarli, quanto resta nelle attività commerciali locali, quale occupazione viene creata e quali benefici ricadono sulla comunità. In altre parole, non basta che i turisti arrivino: bisogna capire che cosa lasciano, ma anche perché San Giovanni Rotondo non riesca ad attrarre determinate tipologie di visitatori. Aumentare le presenze resta importante, ma altrettanto decisivo è costruire un modello capace di trasformarle in opportunità concrete. Senza un’analisi delle ricadute economiche, il rischio è confondere il movimento turistico con lo sviluppo e considerare automaticamente positivo qualsiasi incremento dei visitatori.

A richiamare l’attenzione sul calo dei flussi è Nunzia Dragano, presidente di Assoalbergatori di San Giovanni Rotondo, che invita ad affrontare i dati senza allarmismi, ma anche senza sottovalutazioni. «I dati sul calo dei flussi turistici a San Giovanni Rotondo rappresentano un segnale che, come Assoalbergatori, riteniamo debba essere letto con attenzione e affrontato con responsabilità, evitando sia allarmismi sia sottovalutazioni», dichiara. Dragano sottolinea il peso del comparto ricettivo nell’economia cittadina, tra occupazione, indotto e investimenti realizzati negli anni nelle strutture e nella qualità dell’accoglienza. Una flessione delle presenze, dunque, non riguarda soltanto gli alberghi, ma coinvolge l’intero sistema economico locale.

Sulla questione è intervenuto anche Biagio Maimone, coordinatore italiano della World Religious Tourism Network, nel corso di un’intervista radiofonica dedicata alle difficoltà del turismo e dell’economia cittadina. Il suo richiamo parte dal valore spirituale e culturale di Padre Pio. «Padre Pio è un patrimonio del mondo. Difendiamo la sua eredità spirituale e culturale», è il messaggio che accompagna il suo intervento. Per Maimone, non è in gioco soltanto il numero dei visitatori, ma anche la capacità della comunità di custodire e trasmettere l’eredità di una delle figure spirituali più conosciute del nostro tempo. Da qui la necessità di una strategia internazionale all’altezza della notorietà del Santo, che consolidi il ruolo di San Giovanni Rotondo nel panorama del turismo religioso.

Una prospettiva che mette al centro l’identità del luogo e la sua capacità di dialogare con un pubblico internazionale. La promozione, tuttavia, è soltanto il primo passo: occorre fare in modo che i nuovi flussi rafforzino le attività locali e contribuiscano alla sostenibilità economica della destinazione.

Da Palazzo San Francesco, nel dibattito fin qui emerso, è soltanto il sindaco Natale a intervenire nel merito. La posizione dell’Amministrazione comunale è improntata alla prudenza e alla volontà di evitare che una fase di flessione venga descritta come una crisi irreversibile.  «Non dobbiamo alimentare racconti allarmistici né trasformare una fase di flessione in una narrazione di crisi irreversibile», afferma il primo cittadino, richiamando anche il lavoro dell’Amministrazione per diversificare l’offerta.

È inutile girarci intorno: una parte delle responsabilità va ricercata anche nella classe dirigente e politica della città degli ultimi trent’anni, tra occasioni perse, amministrazioni che durano il tempo di un caffè con gli amici al bar, progetti rimasti nel cassetto e promesse che faticano a trasformarsi in risultati. Nel frattempo, le opportunità sfumano e le soluzioni abbondano, almeno nelle dichiarazioni.

Bang!

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