Scrive alla nostra redazione il professore, adesso in pensione, Raffaele Augello, ci racconta la sua esperienza nell’ospedale di San Giovanni Rotondo chiedendo maggiore attenzione al paziente.
Caro direttore,
la Casa Sollievo della Sofferenza è un dono di Dio, nella persona di San Pio da Pietrelcina che noi di San Giovanni Rotondo abbiamo ricevuto dal Signore.
Si tratta di un gioiello di misericordia, così come Padre Pio l’ha sognata da sempre. Voglio ricordare che ci sono stati tanti benefattori che hanno aiutato Padre Pio nel realizzare il suo sogno, come Emanuele Brunatto durante la seconda guerra mondiale, in molti si sono mobilitati per aiutare Padre Pio nella costruzione della Casa di Dio della Sofferenza. Scrivo queste righe per dire soltanto che è un gioiello di misericordia, essenza come Padre Pio l’ha concepita.
Purtroppo oggi a Casa Sollievo si è persa l’umanità, devo dire, ad esempio in un reparto come quello dove il sottoscritto si trova in cura in questo periodo. Un reparto dove opera un primario di primo livello e di grande moralità e professionalità. Mentre il personale “subalterno” tratta i pazienti in malo modo, come se loro fossero vittime, come se fossero degli ostaggi. A mio avviso questi comportamenti sono completamente sbagliati, sono sbagliati i modi: urlano, sgridano i pazienti, li richiamano. A mio avviso non si è conservato quell’invito di Padre Pio, l’invito ad avere un rapporto con i malati, un rapporto da fratelli, prima di tutto. L’invito di Padre Pio era quello di trattare con amore i pazienti. Casa Sollievo è un dono, tutti devono comportarsi con amorevolezza cristiana, come voleva il suo fondatore.
Raffaele Augello
Gentilissimo prof. Augello, le faccio i miei più calorosi auguri per una sua pronta guarigione, sono certo che questa sua testimonianza verrà accolta non come una critica all’ospedale, a cui siamo tutti molto affezionati e orgogliosi, e ai suoi dipendenti, ma un invito ad essere rispettosi, ancora di più, della figura del paziente. Spero di incontrarla presto e la saluto.
Gennaro Tedesco
















