Archiviate le primarie del Pd, non senza polemiche e sicuramente con qualche riflessione necessaria sul regolamento che ammette tutti a votare, occorre ragionare sui prossimi appuntamenti elettorali e non solo.

 

Pare evidente che il meccanismo istituzionale non gode di ottima salute, salvando la forma ma rendendo impalpabile la sostanza. I partiti sembrano esausti non solo dal punto di vista ideale ma soprattutto progettuale. La debolezza tattica della politica è evidente. Uno dei segnali è sicuramente il passaggio attraverso la reggenza del Parco Nazionale del Gargano.

 

Il movimento dei cittadini che si è sviluppato attorno all’area protetta ha mostrato l’utilità della partecipazione al dibattito pubblico, e questo indipendentemente da come andrà a finire. Il successo del Parco non dipende tanto da chi lo presiede ma da quanto i cittadini lo sentono come Ente utile per lo sviluppo del territorio. Questo è un principio che estenderei a tutta la politica.

Il manifesto del Parco, le indicazioni dei sindaci e tutto il dibattito sono già una vittoria e un toccasana per la vita futura del Parco Nazionale del Gargano.

 

Il tema centrale post primarie del partito democratico, che ci consegnano un risultato importante per Michele Emiliano nella sua Puglia che maggiormente dovrà governare dimostrando la sua grande differenza con Matteo Renzi, è la ricostruzione di un progetto comune della rappresentanza.

Il tema riguarda tutti i livelli della vita democratica,il nocciolo della questione è la qualità della rappresentanza. Questo in un momento dove pezzi importanti della società si sentono scartati da un sistema politico che giudicano incapace di rispondere alle piccole cose quotidiane della vita di tutti i giorni, il sentimento di esclusione rende liquidi i diritti di cittadinanza e perfino quelli costituzionali.

Questa deriva ha prodotto una generalizzazione senza precedenti, dove si smarriscono distinzioni e cresce solo la confusione ingrassando la rendita opportunistica di chi non ha nulla da proporre e specula sulla situazione, con la probabile conseguenza che una cattiva politica rischia di lasciare il posto all’antipolitica, premiata non perché è differente per proposte e per visione, ma perché contro. Il rischio è di sostituire il pensiero politico con slogan.

 

Sono tutti temi che meritano di essere sviluppati seriamente di cui però, a partire dal mezzogiorno, non possiamo più farne a meno. Evidentemente partecipando alla vita democratica, come hanno fatto i ragazzi che hanno scritto e promosso il “manifesto del Parco”, solo così, solo con le proposte di indirizzo politico possiamo crescere, indipendentemente dalle poltrone.

 

L’Enichem di Manfredonia, le speranze tradite di un territorio, le morti, l’arsenico, la lotta di Nicola Lovecchio.    

Alle 9,30 del 26 settembre del 1976 lo scoppio della colonna di lavaggio dell’ammoniaca nello stabilimento petrolchimico Anic in località Macchia-Monte Sant’Angelo causò la dispersione in atmosfera di 20/30 tonnellate di arsenico, una sostanza altamente tossica.

 

#arsenico40, a Manfredonia il 23, 24, 25, 26 e 30 settembre, con un ricco programma di incontri, laboratori teatrali, mostre e tanto altro per cercare verità e giustizia, per onorare i morti operai e cittadini, per «pensare un futuro diverso per il nostro territorio» scrivono gli organizzatori dell’evento: “il Coordinamento Cittadino Salute Ambiente di Manfredonia” (nato circa un anno e mezzo fa per fare luce sullo stato di salute della cittadinanza a seguito del disastro “occultato”), l’Amministrazione Comunale e la Commissione scientifica della Ricerca Epidemiologica.

Qualche anno fa scrissi, un testo, reading, dal titolo “Un pezzo di Stato”, dopo aver letto il libro “I fantasmi dell’Enichem” di Giulio Di Luzio che ricostruisce la storia dell’Enichem e di Nicola Lo vecchio, morto nel 1997.

Ecco una parte di quel reading, il mio contributo a #arsenico40, per non dimenticare.

 

(…) L’Enichem di Manfredonia è una storia dimenticata, è la storia di un luogo bellissimo dove la natura ci ha messo fichi d’india, macchia mediterranea, una sorgente di acqua, l’acqua di cristo, e sole tanto sole, l’uomo ha sovrapposto uno stabilimento chimico. Alla bellezza e generosità della natura l’uomo ha risposto con tanto disprezzo. (…)

 

In campagna elettorale la Dc diceva: “all’Enichem posti di lavoro per tutti”! Si parlava di 5000 posti di lavoro, ne sono stati assunti 850 e molti lavoratori sono morti prima dei cinquanta anni.

 

Il quotidiano La Repubblica in un articolo denuncia: “Arsenico presente stato assente”. Il settimanale Panorama pubblica un’inchiesta dal titolo inequivocabile:” Più veleno più voti”, in cui si dice tra l’altro: il petrolchimico è stato fatto lì e non magari a 10 km di distanza perché lì a cavallo fra i comuni di Manfredonia e Monte Sant’Angelo, serviva di più alle fortune elettorali dell’onorevole democristiano Vincenzo Russo. Potentissimo a Foggia , Russo è il boss incontrastato della zona. Quando ha potuto sbandierare nel suo collegio la creazione di un’industria, che avrebbe dato lavoro a 5000 persone, l’ascesa di Russo è diventata irresistibile.

 

Proviamo ad immaginare un comizio dell’onorevole Russo: …“ finalmente lo Stato si occuperà del sud, anzi un pezzo di stato verrà fin qua giù”…

 

Pure il Partito Comunista, il Pc, voleva il Petrolchimico e diceva che ambientalisti, militanti di Lotta Continua e di Democrazia Proletaria erano dei provocatori politici. Una volta l’impianto audio dei militanti di Dp si bloccò proprio qualche minuto prima del comizio, si doveva parlare del problema, dire che bisognava chiuderlo il Petrolchimico, che si stava inquinando. Allora i militanti di democrazia proletaria disperati chiesero alla locale sezione del Pc un megafono , un megafono in prestito…li fu negato.

 

Piccolo ricordo personale

Quando ero piccolo le distanze erano decisamente più ampie, questa mia convinzione può dipendere da molte cose, dalle automobili meno potenti e veloci , dalla dilatazione del tempo legata alla semplice percezione dei ricordi e dalla memoria. In ogni modo l’Anic, come tutti la chiamavano, mi sembrava lontanissima dal luogo dove vivevo, in realtà erano appena una ventina di chilometri. Ci passavo qualche volta quando andavo al mare con la mia famiglia. Una estate abbiamo affittato una casa per quindici giorni a Mattinata, dopo una lunga insistenza di mia madre. Di quel viaggio ricordo una sensazione di pericolo legata al fatto che il viaggio era lungo e che bisognava attraversare una galleria lunghissima. Mi ricordo esattamente quando venne inaugurata la galleria per Mattinata e proprio per quella opera giudicata da tutti la modernizzazione che mancava al Gargano che probabilmente si decise di optare per quella meta. Poi mi ricordo dei commenti in auto quando si passava davanti all’Enichem, ad un certo punto gli adulti commentavano i fatti e associavano quella struttura enorme a quel parente che rischiava di essere licenziato perché il petrolchimico era a rischio chiusura. Io invece mi attaccavo al finestrino della macchina e mi piaceva osservare le luci che funzionavano anche di giorno e le immense ciminiere che fumavano, mi ricordava una foto pubblicata sul libro di geografia della scuola, credo che fosse a supporto delle pagine dedicate alla Lombardia o al Piemonte, comunque ad una regione del nord dove l’attività principale era l’industria. Quando provavo a chiedere che cosa si produce in quella fabbrica. Le risposte erano straordinarie, una volta mi raccontarono che era una industria dove lavoravano i cinesi che produceva gel e lacca per i capelli, io i cinesi non gli avevo mai visti al mio paese, però mi affascinava l’idea di tanti omini con gli occhi a mandorla che producevano gel e immaginavo dei grossi silos pieni di sostanza di colore blu. Questa idea dei cinesi che producevano il gel mi accompagnò per una stagione intera fino all’estate successiva quando in auto, sempre con la mia famiglia e con destinazione vacanze, passammo davanti ad una altra fabbrica sempre a Manfredonia però dall’altra parte, verso Siponto, prima del passaggio a livello per la strada di Margherita di Savoia, mi apparve una strana costruzione a forma di botte tutta in cemento e vetri e rigorosamente abbandonata, anche in quel luogo mi scattò una curiosità che mi fece domandare che cosa si produceva in quella fabbrica e la risposta fu incredibilmente uguale: gel e lacca per i capelli produzione rigorosamente Made in China!

 

Credo che quella innocente bugia dei mie parenti sia stato un modo per tutelarmi per non raccontarmi che a pochi chilometri di distanza dalla mia città, nel mio Gargano, si produceva veleno e morte. (…)

 

 

 

Poesia & Gargano

Scritto da 26 Ago,2016

Sesta poesia della rubrica Poesia & Gargano. Pubblichiamo a scadenza regolare una poesia di un autore nato nel Gargano o che abbia avuto modo di transitare, soggiornare e conoscere il Gargano. In tal modo si intende rendere non un semplice omaggio alla nostra terra, portare l'attenzione sul modo di guardare questo pianeta, e ogni suo luogo, per abitare poeticamente il mondo, e farlo nostro.

  LUIGI IANZANO

Amore de ferla
(inedita, 2016)

Prèta pe pprèta cogghie e annette frasche,
pe ssi sespónde me recogghie, e voschë
mersë e pendunë nghiane, me ngaforchie,
stocche dui cippe, ficche flebbe e nzurchie
fine, e më sckine, refrisckate e ruscë.
Nandë pe nandë sfrónne e scanze frusce,
mbétte ce chiatra se faveddë mbizze,
scanze, e lli sonne, tutte ssi bellizzë.
Cra, terra mija, t’arrija nijà,
ónna m’arrija puté ma’ ngemà?
Própia cqua, ónna la pugghia ngrapina,
nghiana l’amore e gghji’ me tròue ngima.

 

Sapore di ferula

Pietra dopo pietra colgo e mondo frasche,
fra questi sostegni mi ricompongo, e boschi
pendii e fondi rocciosi risalgo, mi rintano,
spezzo qualche stecco, lo inietto a mo’ di flebo e dormo
con goduria, e pienamente godo, ritemprato e roseo.
Passo dopo passo sfrondo e scosto fogliame,
il cuore si raggela se torno all’italiano,
se trascuro, poi la rimpiango, tanta bellezza.
Domani, terra mia, dovessi osare rinnegarti,
a quali lidi mai potrei aggrapparmi?
Proprio qui, dove la piana va inerpicandosi,
si intensificano i profumi ed io raggiungo le vette.

Hièttema
(da ‘Spija nGele’, 2016)

Mbréttene li détra la vetrina,

pare ché cë ménene a ngappà.

Jale e ppo l’annitte n’ata vòta

come si vulissë scangellà,

come si ammucciasse cacchéccòsa:

hiètteme ché jòchenë a ndrunà,

sàccura de sónne mbalienute,

sfringe sfritte ché ha’ da padijà.

Pigghia e scangellame n’ata vòta.

 

Affanno

Imbrattano le dita la porta a vetri,

sembra che prendano a rincorrersi.

Sbadigli e poi la ripulisci

come a voler cancellare,

come a celare qualcosa:

fiatoni che gareggiano a stordire,

sacchi di sonno ammuffito,

carne malcotta da digerire.

E così ricancelliamo.

 

 

Spija nGele

(da ‘Spija nGele’, 2016)

Spija ngele, papà, quanda stédde

ce tenne massera cumbagnìja

e quand’acriddë rìrene a nottë

tetecate da sta bbella luna.

Tutte, pa’, sta chembóste pe tté.

Ndinne. Ché lli fa si ddua e ddua

nón fanne sembe quatte, e lla mégghie

fijura alla mupégna te jabba,

te cavuceja, te mbrétta, e apprésse

vè la pucundrìja... ché lli fa?

Tu nón facenne lu scattevute.

Spija nGele, ti’ a mendë ché dicë:

tutte, pa’, ce chembónne ind’e tté.

 

Scruta il Cielo  

Guarda in cielo, (caro di) papà,

quante stelle ci tengono stasera compagnia

e quanti grilli sorridono a notte fonda

solleticati da questa bella luna.

Tutto, papà, è così disposto per te.

Considera. Che importa se due più due

non farà sempre quattro, e la più affidabile

apparenza oltre ogni limite potrà ingannarti,

tradirti, imbrattarti, e di conseguenza

si ripresenterà la malinconia... che importa?

Tu non smettere di desiderare.

Scruta il Cielo, cogline il messaggio:

tutto, papà, si potrà ricomporre in te.

 

luigi ianzano

Luigi Ianzano vive sul Gargano, dove è nato nel 1975. Maturità classica, laurea in legge, docente di scienze giuridico-economiche. Dopo un primo romanzo giovanile e raccolte di versi in lingua, ha pubblicato in dialetto Taranda mannannera (2005), Come ce mbizza la cèreva (2007) e Spija nGele (2016); ha curato la silloge Fòchera mbétte mestecate (2011). Rilievi critici nell’Antologia curata da Francesco Granatiero, Dal Gargano all’Appennino le voci in dialetto (Sentieri meridiani, Foggia 2012); in Mariantonietta Di Sabato, Da Serrilli a Ianzano: un secolo di poesia garganica (Lunarionuovo 25/2008); in Incroci on linePoesia e dialetti, Periferie. Ha promosso l’Officina letteraria La Putèca fra creativi nel dialetto di San Marco in Lamis.

 

 

 

Inizia male l’estate per il Gargano, l’incendio al trabucco di Rodi Garganico è un brutto gesto è una ferita, l’ennesima, che viene inflitta al territorio. La prassi di incendiare per lanciare un messaggio è una forma di comunicazione che non viene abbandonata neanche nell’epoca dei social media. Il tempo si è fermato, incancrenito in vecchie prassi arcaiche, violente. Il Gargano è anche questo, per fortuna non solo questo. Nella prima reazione del sindaco di Rodi, Nicola Pinto, si parla di un danno che difficilmente le casse del comune potranno riparare. Ma i simboli sono simboli e in questo caso diventa simbolo della peggiore follia dell’uomo.

 

Il Gargano ha dimostrato di avere due facce, di riuscire ad indignarsi e dall’indignazione risalire e dare lezione di civiltà. Regione, Provincia, Parco, politici, associazioni, cittadini, tutti, insieme, dobbiamo fare uno sforzo unisono per ricostruire il trabucco, lì: come era e dove era. Non può emergere solo l’inciviltà, quella parte di popolo poco evoluto, che manda in fumo tentativi di rilancio del territorio. È necessaria una indignazione collettiva, una risposta matura e colta ad un gesto basso e ignorante.

 

Il trabucco non deve restare a memoria della nostra inciviltà, deve tornare ad essere l’orgoglio identitario, la vittoria del lavoro onesto dell’uomo che sfida la natura, la sconfitta del “lato oscuro” del nostro paese.

Vi segnalo l’iniziativa del portale di informazione Rodi Garganico on line blog “Il Trabucco siamo noi”, per la costituzione di un comitato per la ricostruzione. Per comunicare l’adesione basta inviare una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

La redazione del Fatto del Gargano aderisce all’iniziativa.

Dati e flussi turistici simili, in taluni casi superiori. Omicidi e rapine. Operazioni di Forze dell’Ordine e Procura finalizzate a smantellare clan e organizzazioni dedite allo spaccio di droga, al controllo di appalti e del territorio. Sequestri di beni a professionisti che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati vicini al potentissimo clan camorristico dei Casalesi. Ma gli accordi per la sicurezza si firmano solo nel Salento. Il dubbio resta: chi comanda sa dove si trova e cosa accade sul Gargano?

Il servizio di Striscia la notizia riguardante Emanuele, il ragazzo che da anni gira nei pressi del convento di San Giovanni Rotondo in cerca di pietà, non poteva che avere una reazione stizzita da parte dei cittadini. Molti in rete parlano di un finto povero, invitano Pinuccio, l’autore del servizio, a fare una rettifica, qualcuno sostiene che in realtà si tratta di un furbacchione. Non entro nel merito delle vicende e non ho elementi per valutare se Emanuele ha bisogno di elemosinare oppure è uno bravo a mentire tanto da raggirare anche Pinuccio e Ricci. La cosa su cui invece è necessaria una riflessione è la rappresentazione che viene fuori dal servizio del Tg satirico della città di San Pio. I frati che pensano al guadagno, i cittadini che pensano a fare quattrini speculando sull’immagine del santo, la tomba con l’oro, per raccontare questo, per rappresentare questo cliché , oggi è stata utilizzata la storia di Emanuele, ma quello che interessa seriamente a Pinuccio è raccontare una città lontana dalla spiritualità, rappresentare quel luogo comune che la città di San Giovanni Rotondo tiene attaccato come un marchio e di cui proprio non riesce a liberarsene. Emanuele è stato solo funzionale.

 

La storia di Emanuele funziona bene dal punto di vista della comunicazione. Ed è allora su questo marchio di fabbrica che bisogna lavorare, i luoghi comuni sono difficili da abbattere. “Venezia è umida”, “Torino capitale dell’industria”, “Bologna la rossa”, “Napoli capitale dello scippo”, “San Giovanni Rotondo capitale delle contraddizioni della religione”.

 

Esiste una ricetta per sdoganarsi? Ogni punto di debolezza nel marketing territoriale viene studiato per farlo diventare un punto di forza. È dal punto di debolezza che si parte per avere successo. Su questo passaggio non c’è mai stato un ragionamento serio e sono state perse numerose occasioni. Due esempi: il Giubileo del 2000 e il Giubileo in corso, nel primo caso si è fatto troppo, nel secondo niente. In modo particolare non è stata assolutamente “sfruttata” l’occasione di entrare nel percorso attuale della chiesa di Papa Francesco.

Da che cosa è caratterizzato il papato di Francesco?

Si parla di “papato di rottura”. La rottura si è realizzata soprattutto a livello simbolico, comunicativo: da quel “buonasera” alla scelta di vivere in una modesta dimora, all’uso di semplici auto, all’utilizzo di scarpe usurate, all’abitudine di telefonare, al dialogo con i non credenti. Simboli, si dirà, non sostanza. Papa Francesco ha mostrato di esserne perfettamente consapevole, ha saputo essere molto attento alle ripercussioni psicologiche di ogni suo gesto, per cercare di scuotere l’immagine forse troppo rigida e un po’ ingessata che l’istituzione ecclesiastica da molto tempo offriva di sé. Così è riuscito ad abbattere una serie di critiche sulla chiesa, e ovviamente da Striscia la notizia sono scomparsi i servizi sulle scarpe rosse del Papa.

Da queste cose deve imparare San Giovanni Rotondo, la strada è stata già tracciata dal rappresentante più importante della chiesa cattolica. E' una cosa necessaria che occorre fare per rispetto di San Pio. Non è un lavoro che devono fare i frati, anzi credo che loro possano fare poco. C’è tanto da lavorare e solo dopo possiamo pretendere una rettifica da Striscia la notizia, per adesso "becchiamoci" le critiche di Pinuccio e speriamo che si comprenda la necessità di una svolta concreta, finalmente sobria. Il termine sobrietà traduce una parola greca molto ricca, corrisponde a saggezza, equilibrio, padronanza di sé, moderazione, temperanza. Queste sono parole su cui costruire la futura immagine della città.

Poesia & Gargano

Scritto da 28 Feb,2016

Quinta  poesia della rubrica Poesia & Gargano. Pubblichiamo a scadenza regolare una poesia di un autore nato nel Gargano o che abbia avuto modo di transitare, soggiornare e conoscere il Gargano. In tal modo si intende rendere non un semplice omaggio alla nostra terra, portare l'attenzione sul modo di guardare questo pianeta, e ogni suo luogo, per abitare poeticamente il mondo, e farlo nostro.

 

SALVATORE RITROVATO

LA TERRA

Il tempo che copre queste cime fa come un manto

di leggero muschio e oblio, lascia segni

radi ma caldi alle doline, in prati

dove il mare spira odore di sotterranei paesaggi.

 

Qui la terra decaduta ancora cade in perenne

permuta con un giardino di mele,

cede alle minacce, spinge, svelle

da sé non fiori ma avide primavere

ne spegne il seme nel ventre e nelle vene

allagate di rare passioni, lo perde.

 

La terra insegna alla mia mano, alla mia mente

suoi ostaggi a muoversi lentamente

all’occhio a notare differenze insperate

lontane dal suo cervello

all’orecchio le parole cadute sotto torri

di pietre e abbandonate radure

al corpo l’opportunità di comprendere

anno per anno quello che non fu, non era

un transito di voli ma un passaggio al confine

tra me e l’inverno, il silenzio e niente.

 

(da Come chi non torna, Raffaelli, Rimini 2008)

 

salvatore 2 bis 3 picola1

Salvatore Ritrovato (San Giovanni Rotondo, 1967), si è formato nelle università di Urbino, Lovanio e Bologna, e insegna letteratura italiana presso l’Università di Urbino. Si occupa di letteratura del Cinque e Seicento e del Novecento (Caproni, Calvino, Saba, Rosselli, Erba, Carlo Levi, Volponi), con particolare attenzione alla ricerca poetica contemporanea. Collabora e scrive per varie riviste («Pelagos», «incroci», «Poesia», «Atelier», «Clandestino»). Ha pubblicato due raccolte di poesie: Quanta vita (Book, Castelmaggiore 1997) e Via della pesa (Book, Castelmaggiore 2003); e due plaquettes di imitazioni da Asclepiade (Le-vante, Bari 2000) e da Prévert (Cartotecnica, Venezia 2002). Altre poesie sono uscite su riviste e antologie, anche tradotte all’estero (Spagna, Belgio). Di recen-te, ha curato l’antologia tematica di poesia Dentro il paesaggio. Poeti e natura (Zanzotto, Guerra, Orelli, Piersanti, Bacchini, Conte, Pusterla, Damiani, Ceni, Aned-da, Gibellini), Archinto, Milano 2006.

Poesia & Gargano

Scritto da 21 Feb,2016

Quarta  poesia della rubrica Poesia & Gargano. Pubblichiamo a scadenza regolare una poesia di un autore nato nel Gargano o che abbia avuto modo di transitare, soggiornare e conoscere il Gargano. In tal modo si intende rendere non un semplice omaggio alla nostra terra, portare l'attenzione sul modo di guardare questo pianeta, e ogni suo luogo, per abitare poeticamente il mondo, e farlo nostro.

 

EMILIO COCO

Alla fine di via Agostinone

dove s’incrocia con il lungomare

aspettava paziente canticchiando

su una sedia di plastica a tre gambe

e distribuiva amore

ai neri e agli sbandati

per il modico prezzo di cinque euro

com’era scritto sopra un cartellino

che portava appuntato alla maglietta.

Lavorava in un vecchio casolare

dove cedeva la pineta il posto

a un viottolo invaso da sterpaglie.

Passavamo di lì per abbreviare

la strada per la spiaggia

e sembrava volesse salutarci

comparendo tra un intervallo e l’altro

con il berretto bianco e i pantaloni

a mezza gamba che si abbottonava

con studiata lentezza.

Scuoteva il materasso e lo metteva al sole

prima che l’occupasse un altro cliente.

Con la fronte segnata dalle rughe

e le guance cascanti nascondeva

il carico degli anni

imbrattandosi il viso

d’un fard acceso e spesse ciglia finte

sopra uno sguardo casto da bambina.

Le nuove costruzioni

si sono impossessate della zona

cancellando ogni traccia

di quella via e della sua presenza.

È rimasto soltanto un pezzo di cemento

dove vanno crescendo

cumuli d’immondizia e di detriti

e raggiungiamo il mare

per un viale con larghi marciapiedi

fiancheggiati da frassini

e recinti di bosso.

L’ho rivista stasera mentre passeggiavamo

per la strada che porta ai grandi alberghi

con lo stesso berretto e i pantaloni

azzurri a mezza gamba

e il passo dondolante d’un’ubriaca.

Chiedeva l’elemosina. Non so

se m’ha riconosciuto ma negli occhi

brillò un sorriso casto da bambina

quando accolse cinque euro nella mano.

Accettala Signore nella tua casa santa

ha dispensato gioia ai derelitti

lei stessa una reietta sulla terra

e dalle un letto morbido

e lenzuola di lino dove possa

riposare il suo ventre devastato.

(Da Ascoltami, Signore, 2012)

 

Emilio Coco

EMILIO COCO (S. Marco in Lamis, 1940) è ispanista, traduttore ed editore. Tra i suoi numerosi lavori, ricordiamo i più recenti: Antologia della poesia basca contemporanea (Crocetti, Milano, 1994), tre volumi di Teatro spagnolo contemporaneo (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1998-2004), Poeti spagnoli contemporanei (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2008), Antologia della poesia messicana contemporanea (Sentieri Meridiani, Foggia, 2009), La parola antica (Poeti indigeni messicani contemporanei) (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2010), Dalla parola antica alla parola nuova. Ventidue poeti messicani d’oggi (Raffaelli Editore, Rimini, 2012). In Spagna ha pubblicato diverse antologie di poesia italiana. Finalista Premio Pontedilegno, Finalista Premio Internazionale di Poesia «Roberto Farina» 2010; Premio Alessandro Ricci-Città di Garessio, 2009; Premio Adelfia 2009; Premio Metauro, 2009, Premio Alda Merini della Giuria, 2011).Nel 2011 El Colegio de México gli ha assegnato la medaglia d’argento per “su gran labor de traductor de la poesía mexicana”. Nel 2014 è stato “Poeta homenajeado” al Festival “Letras en la mar” di Puerto Vallarta, in Messico. È stato tradotto in dieci lingue e ha partecipato a numerosi festival di poesia in Spagna, Francia,  Messico, Venezuela, Argentina, Nicaragua, Colombia, Perù, Ecuador e Turchia. www.emiliococo.it

L’incendio del ghetto di “Rignano” (in realtà nel Comune di San Severo) deve rappresentare la fine di questa forma di non accoglienza degli immigrati nel nostro territorio. Qualcuno ha parlato di dimostrazione di insuccesso delle politiche di accoglienza dell’amministrazione Vendola, vorrei ricordare che dalla Puglia è nato il modello, tanto criticato, di “accoglienza diffusa” sul territorio e a sperimentarlo è stata proprio la giunta guidata da Vendola. La storia del ghetto di Rignano è una storia che sicuramente dimostra un certo imbarazzo da parte della sinistra quando si tratta di temi riguardanti gli immigrati. Certo il ghetto non è stato costruito dalla Regione e possiamo certamente dire che l’azione politica è andata più nella direzione di un miglioramento delle condizioni igienico sanitarie del luogo che per una risoluzione definitiva, e non facile, della questione.

 

Dalle “Sagre del programma” di Emiliano è arrivato un messaggio chiaro: “i ghetti vanno chiusi”. Il presidente della regione, Michele Emiliano, ha dichiarato che “l’incendio si è verificato proprio quando la decisione di smantellare tutto è arrivata dalla Regione” , e i fatti e le carte gli danno ragione. Non può essere degna di una visione di accoglienza un ghetto, non può bastare un incarico a Emergency per trattare la questione in “modo di sinistra”, i ghetti vanno chiusi e trovate altre forme per accogliere i migranti. Si, accogliere. Perché quelle quattrocento perone che vivevano in modo stabile in quella città fantasma, unite alle altre millecinque nel periodo della raccolta del pomodoro, lavorano nel nostro territorio, sono forza lavoro del nostro territorio e sono sottopagati, umiliati dalle stesse persone che poi magari invocano ruspe e si ispirano a Salvini. La raccolta delle olive, la raccolta dei pomodori, il lavoro nei campi, la manovalanza sono tutti lavori che svolgono gli ospiti del ghetto, quelli che pur lavorando non riescono a pagare l’affitto per una casa dignitosa.

 

La Puglia che guarda al futuro, che vuole essere terra di convivialità e di convivenza deve finalmente indignarsi fino in fondo a qualunque residuo di schiavismo e di Medioevo, siamo già in ritardo. La provincia di Foggia è la prima provincia in Italia per numero di stranieri in agricoltura con il 6,4 per cento, la prima tra le 16 province che insieme assorbono il 50,6% della totalità dei migranti nei campi. L’intervento successivo all’incendio deve dimostrare che la legalità deve diventare fattore di sviluppo virtuoso dell'economia della Puglia. Una cosa deve essere chiara: se gli immigrati venissero assunti regolarmente, pagati adeguatamente non vivrebbero in condizione disumane, lo ribadisco. Non ci può essere un terzo mondo a due passi da casa, è qualcosa di inconcepibile ed inaccettabile. È chiaro che se la questione la spostiamo dal punto di vista ideologico a quello pratico una soluzione dobbiamo immaginarla.

 

Esempi concreti da cui trarre ispirazione per attuare politiche dell’accoglienza sostenibili ce ne sono molti. Ma molto poco conosciuti. Come lo Sprar di Mazzarino, nella provincia di Caltanissetta, dove l’associazione “I Girasoli” accoglie giovani migranti facendoli sentire a casa e, allo stesso tempo, insegnando loro mestieri utili anche al tessuto sociale locale. O come, all’altro capo della penisola, nel bresciano, dove la cooperativa K-Pax sperimenta con successo l’efficacia dell’elaborazione e della realizzazione di un percorso personale di integrazione formativa, lavorativa e abitativa in tempi chiari e definiti”. Anche qui: poche decine di migranti, non migliaia. E con una grande differenza: soggetti vulnerabili, quali i richiedenti asilo, non entrano a contatto con la criminalità o lo sfruttamento (lavorativo o sessuale) che spesso ruota attorno ai maxi campi, ma vivono come in una famiglia allargata e risultano integrati con la comunità ospitante e, nella maggior parte dei casi, hanno imparato o già svolgono lavori che vanno a beneficio dell’intera comunità.

Poesia & Gargano

Scritto da 06 Feb,2016

Terza poesia della rubrica Poesia & Gargano. Pubblichiamo a scadenza regolare una poesia di un autore nato nel Gargano o che abbia avuto modo di transitare, soggiornare e conoscere il Gargano. In tal modo si intende rendere non un semplice omaggio alla nostra terra, portare l'attenzione sul modo di guardare questo pianeta, e ogni suo luogo, per abitare poeticamente il mondo, e farlo nostro.

 

RAFFAELE NIRO

Vertigini di ogni sorta

                                      a Claudio Damiani

era da quando rischio di perderla
che custodiva segretamente nelle orecchie
la chiave delle possibilità

ed era solito aprire i giorni
con un duplicato
costruito a calco di memoria
ma che apriva solo le serrature più sventurate

le labbra baciavano il resto
li dove le mani si arrendevano nella preghiera penitente
della scrittura

era uno sbandare continuo della carne
e inciampare a ogni passo
tra le mandate di un orologio biologico
che apriva contenziosi con il futuro

eppure esistono giorni verità che ti spingono
a fare scorte per l’inverno di conchiglie col mare dentro
e magari a diventare pescatore di perle

ma le perle sono parole che si dimenticano
lungo la strada di una lingua che diventa sconosciuta
e la perforazione della membrana timpanica
preclude la gioia della circostanza

era smarrito e fragile nell’illuminante consapevolezza
di non aver mai sentito dal profondo degli abissi
la voce del verbo amare

appena si ravvide
il poeta s’incammino verso la città eterna
e lascio a me l’ingrato compito
di chiudere miseramente questa poesia

da “Lingua di terra”, ed. La Vita Felice, 2013

 

niro 

Raffaele Niro [San Severo, 1973]. Ha pubblicato Lingua di terra (prefazione di M.G. Calandrone, La Vita Felice, 2013); Carte didentità (Sentieri Meridiani, 2011); Cartacanta (Di Salvo, 2009); Vuoti a rendere(Rhymers’ Club, 2006).Sue poesie sono tradotte in Austria, Cile, Messico, Nicaragua e Spagna. Per la narrativa è coautore di Inchiostro di Puglia (Caracò, 2015, postfazione di Nicola Lagioia), I fuggiaschi (Stilo, 2013, prefazione di Franco Arminio), di Babel Hotel (Infinito, 2011, prefazione di Gian Antonio Stella) e di Rondini e ronde (Mangrovie, 2010, prefazione di Jean-Léonard Tuadi).È tra gli esponenti più interessanti della videopoesia in Italia e ideatore e direttore artistico del festival DauniaPoesia. Blog: raffaeleniro.eu.

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