Martedì, 06 Novembre 2018 10:32

“La casa dei venti” di Ritrovato, la recensione di Renato Fiorito

Scritto da  Redazione
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Salvatore Ritrovato Salvatore Ritrovato

Continua l’attività letteraria di Salvatore Ritrovato , poeta, professore di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università di Urbino, nato a San Giovanni Rotondo. Fiorito è il fondatore del blog letterario "La Bella Poesia".

 

Pubblichiamo la recensione scritta da Renato Fiorito, poeta, fondatore del blog letterario “La Bella Poesia”.  Fiorito ha pubblicato il romanzo Tradimenti (Edizioni Zerounoundici), nel 2010 ha scritto il romanzo Ombre, ambientato tra i clochard di Roma. E' presidente della Fondazione Don Luigi di Liegro. In poesia ha pubblicato diverse raccolte, l'ultima delle quali  Andromeda (Giuliano Ladolfi Editore, 2017).

 

In questo scritto la recensione del libro di Salvatore Ritrovato, La casa dei venti , ( Il Vicolo, Cesena 2018).

 

la casa dei venti

«Io è il sentimento mortale di queste pagine. / Non lascia di sé figura né volume, ma un incrocio / di linee in fuga del paesaggio che lo innerva. / Tante braccia protese a saluto.» Inizia con questi versi La casa dei venti di Salvatore Ritrovato (Il Vicolo, Cesena 2018). Un Io fragile, dunque, ma che è, insieme, misura delle cose e certificazione della loro estraneità. Così, già dall’incipit, il senso del libro è annunciato: la partenza, la perdita, l’angoscia della dimenticanza. Ma il lutto della perdita non sfocia in un nichilismo aspro, mitigato com’è dalla musicalità dei versi, dalla sapienza letteraria e da una sorta di intima tenerezza verso se stesso che apre vie di fuga alla speranza che «di tanta fatica qualcuno ricorderà l’amore». Il primo capitolo della raccolta, intitolato Bagatelle di viaggio suggerisce l’idea volutamente ingannevole che il bagaglio che l’autore trascina nel suo viaggio contenga cose marginali, di poco conto, laddove in realtà è chiara la convinzione che è proprio nella fragilità delle piccole cose, dei sentimenti fuggevoli che la vita raccoglie il suo senso.

 

“Bagattelle” dunque ma, diversamente da Céline, qui non c’è massacro, piuttosto si fa largo uno spaesamento tutto interno all’animo umano. Evocativa è la malinconia del viaggiatore che rilegge libri mille volte già letti mentre il suo cuore è altrove e sogna il mare e un cielo terso; contrasto apparentemente banale, ma in cui scorre una vita parallela dove l’antinomia tra pensiero e sentimento sa alimentare una sorta di resistenza alla disperazione e alla morte. Un’antica immagine lo punge: un giorno andranno tutti via e servirà ancora la poesia dove nessuno lo raggiunge? Serve ancora scrivere poesie il nostro viaggiatore si domanda? Forse no, tuttavia non può farne a meno, poiché non sa se quando un giorno andranno tutti via potrà servire ancora la poesia dove nessuno lo può raggiungere .

 

Ed è con la poesia che Salvatore Ritrovato cerca di riscattare il mondo dalla mediocrità e dalla bruttezza del quotidiano. Per questo esprime i suoi pensieri in quartine in rime alternate, sperando che il senso estetico conforti la pena e renda la vita più sopportabile. La disperazione non è certo musica, ma il senso dell’armonia lo spinge a cercarla comunque, per lasciare un’orma che testimoni il percorso tra la miseria del presente e la sua ricerca di bellezza. Infatti, in esergo al capitolo Vuoto a perdere, e altro da me citando Ippolito Nievo, scrive: «I poeti sono come le rondini che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine». Costruirsi un riparo è dunque una necessità a cui l’artista non può sfuggire, pur nella consapevolezza delle rovine che lo circondano. Costruire un nido, anche se fragile e passeggero è l’unico modo per onorare la vita.

 

La vita è ombra e la porta che potrebbe permettere la fuga ha un chiavistello inceppato. Resta il buio oltre il quale non si può guardare.

In Anacreontica leggiamo: «Avanza un po’ di luce ai bordi / bui del vetro lordo e convesso; / è ombra il resto, o non torna, / ciò di cui piangerò spesso». E in articulo si aggiunge: «Volerà lontana la parte che non pesa», mentre «Resterà qui la parte di terra e ossa / la poca carne che sfiata nel pullover / nel sempre-inverno di una fossa». Poi l’onda delle cose lette, i classici, le assonanze, i riferimenti letterari conquistano il loro spazio. La scrittura diventa più distaccata, si compiace del gusto letterario: «Oh il fraterno frullare sotto il nespolo / nell’aere annuvolato tra nuove / e antiche radure in ascolto...»; qui la morte si fa nostalgia, senso di solitudine, inverno che si annuncia e si allarga a macchia d’olio sulla vita, preludendo al distacco. Citiamo ancora da Lasciando Grodek : «Là dove t’incammini l’autunno viene e la sera /va agli smorti cortili dell’infanzia. / Uno stagno solitario fra gli alberi soavemente si perde / tra un frullo d’ali e una strada che diventa bui». E ancora ne La variabile umana : «...Lontani e insoddisfatti ce ne andremo / come ombre nel ricordo di una nebbia confusa. / Qualcuno annegherà le sue parole nel vino / altri al silenzio non riuscirà a rassegnarsi»; e più avanti: «Triste il giorno in cui non potremo scendere / da un treno quando avremo voglia di fare due passi».

La poesia di Salvatore cerca dunque di costruire una nuova casa, che però abbia solide fondamenta, in qualche modo innova, ricuce, recupera ricordi, letture, spezzoni di vita. Perciò, nella poesia che dà il titolo alla silloge, leggiamo: «C’è una casa in cui i venti tornano e non è lontana da qui. / Certi giorni è a portata di mano: ne senti i sospiri i silenzi i sì». Siamo nell’ultima parte della silloge e i ricordi si fanno più vivi e tremanti. Così in L’aura di Guayaquil : «Una volta ti diedi un bacio nel giardino di Guayaquil. / Ma non era solo un bacio, era una parola nascosta/ nel cuore che finì sulla bocca. / Te la restituii rubando un momento di slancio / tra una parola e l’altra / sfruttando uno spiraglio fra le tue labbra». E ne L’ultima epistola si trovano questi dolcissimi versi: «Questa notte verrò da te esaremo un’ombra sola. / Un’ombra che non sa volare, ma come l’alba sale. / Ti vedrò innaffiare l’orto e preparare / zuppe e frittate e appoggiarti al pesco / che si sfoglia sul muro caldo del giorno. / In quel lembo di casa c’è il mio sogno. / Io saprò riabbracciarti, sedere con te al desco / portarti il vino e uno sguardo buono che sa amare...». E la poesia in chiusura il richiamo al mondo greco, ai classici, diventa esplicito: «Omero spense la luce perché pensava:/ il buio cancellerà ogni sogno. // [...] Anche il bacio di Achille e Patroclo / e il pianto di Briseide spariranno all’alba. // [...] Il tempo è come il mare, mi ha detto, / quando passa sulla sabbia: / all’inizio è solo una macchia, poi ha fretta.”

 

È dunque questa, come l’ho avvertita io, la poesia di Salvatore Ritrovato, una poesia che io prediligo perché fatta di versi piani e chiari, di rime nate dall’ansia di dare armonia al mondo per riordinarlo su parametri di più meditata bellezza e di una ritrovata civiltà letteraria.

 

Renato Fiorito

 

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Giuseppe Limosani Il Maestro Partigiano