Martedì, 22 Maggio 2018 11:03

Intervista a Matteo D’Apolito: «io,Rossini e Nino Rota»

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Matteo D'Apolito, Bass-baritono Matteo D'Apolito, Bass-baritono

«Mi piace la compagnia, cucinare e mangiare come Rossini ».La passione per la musica, la nonna Maria, l’esperienza al San Carlo di Napoli. A colloquio con il bass- baritono garganico.

 

 

Da poco è rientrato da Napoli, dove ha calcato il palcoscenico del prestigioso Teatro San Carlo, si tratta del basso-baritono Matteo D’Apolito, nato a San Giovanni Rotondo. «Il Basso-baritono, o Bass-baritono, è un cantante il cui registro si colloca tra baritono e basso -ci racconta Matteo ,come se fosse la premessa necessaria per continuare il nostro incontro- una mia amica mezzosoprano racconta sempre un episodio, quando alla fine di un concerto una signora la saluta e dice: “lei è un mezzosoprano, bravissima, ancora un piccolo sforzo e può diventare soprano”». L’aneddoto e la premessa servono anche a farci capire quanto è complesso il mondo della lirica, e quanto affascinante. Per un po’ continuiamo a parlare di “altezza” e “estensione dei suoni”, «è un’altra cosa, e si può ricavare studiando. Ciò che caratterizza una voce è il suo colore: una voce calda, ad esempio, è una voce scura, si avvicina al mezzosoprano, la mia viene definita anche come una voce da “basso buffo”, può fare don Bartolo un personaggio de “Il barbiere di Siviglia”, che è un personaggio buffo, che fa ridere: da qui è venuta la denominazione di basso buffo, ci sono delle parti dove quasi si parla. E poi Rossini».

 

Andiamo con ordine, per conoscerci meglio, potrebbe dirci come le è nato il desiderio di cantare?
«Mia madre dice che ho iniziato prima a cantare e poi a camminare. C’è un episodio che mi viene raccontato dai miei genitori. Ero piccolissimo, con mia nonna Maria, il giorno dei Sepolcri del Giovedì Santo in ogni chiesa che entravo cantavo. Anche mia nonna Maria ha sempre cantato».

Hai ereditato la passione da nonna Maria?
«Può darsi. Poi dall’età di sette anni ho iniziato a studiare pianoforte, la musica è sempre stata parte della mia vita. A diciassette anni dirigevo il coro della parrocchia della Chiesa Matrice, il mio sogno non era il canto ma diventare direttore d’orchestra. Poi un giorno in parrocchia incontrai una professoressa di canto del Conservatorio di Foggia, con cui iniziai lezioni di canto. Nel frattempo ero concentrato a studiare il pianoforte jazz».

Abbandoni l’idea di diventare direttore d’orchestra e scopri il canto…
«Il palcoscenico è una droga, capisco i miei colleghi che non vogliono abbandonare le scene».

Quando inizia la tua attività da professionista?
«Nel 2010 al Teatro di Cesena, partecipo ad una audizione e così debutto con il Barbiere di Siviglia, un'opera buffa di Gioachino Rossini. Inizia il mio grande amore per questo autore. Poi inizia il periodo con il Circuito Toscano, Livorno- Lucca – Pisa. In seguito l’Accademia Rossiniana di Pesaro, che mi ha permesso di debuttare nella stagione operistica. Direi un grande rapporto con Rossini».

Mi pare di capire che ti senti “rossiniano”? Se si può dire.
«Un mio collega appassionato di astrologia dice che il motivo è il segno zodiacale, sono dei pesci come Rossini. Poi a Rossini piaceva la compagnia, il cibo, scriveva a letto mentre mangiava, componeva in due settimane. Sono “rossiniano” dentro».

Torniamo a parlare del Teatro San Carlo di Napoli, che esperienza è stata? Si tratta di un punto di arrivo o un punto di partenza?
sancarlomatteodapolito
«E’ stata una esperienza importante, anche dal punto di vista professionale. Come dicevo il repertorio con cui mi sono formato è un repertorio del ‘700-‘800. A Napoli sono stato chiamato ad interpretare “Il cappello di paglia di Firenze”, l’opera di Nino Rota scritta nel ‘900. Per capirci Rota è l’autore della colonna sonora del film “Il Padrino”. Credo che sia una tappa importante, vorrei realizzare tante cose. Per adesso sento ancora la forte emozione del palcoscenico del San Carlo. Poi si vedrà».

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Giuseppe Limosani Il Maestro Partigiano