Venerdì, 11 Agosto 2017 15:05

Chi era Mario Romito, il boss che la fece franca per ben due volte

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Uscito dal carcere pochi giorni prima di essere ammazzato e ancora sorvegliato speciale quello che è ritenuto dagli investigatori il capo dell’omonimo clan contrapposto a quello dei Libergolis di Monte Sant'Angelo. Per due volte negli scorsi anni sopravvisse alle spedizioni dei killer.

 

Avevano provato ad ammazzarlo almeno altre due volte, Mario Luciano Romito il boss obiettivo dei sicari nella strage di San Marco in Lamis. Hanno atteso che uscisse dal carcere e ci hanno riprovato. Era ancora sorvegliato speciale, dopo aver ritrovato la libertà qualche giorno fa, quello che è ritenuto dagli investigatori il capo dell’omonimo clan, contrapposto da trent’anni a quello dei Libergolis di Monte Sant’Angelo. Era il 2009, 18 settembre, Romito esce illeso da un attentato dinamitardo mentre si stava recando, in compagnia del fratello Ivan, alla caserma dei carabinieri. Il cofano della sua auto, una station wagon, saltò in aria a causa di una bomba.

 

La faida con i Libergolis è iniziata dopo la sentenza di primo grado del secondo maxiprocesso alla mafia garganica (sentenza marzo 2009). Poco più di un mese dopo, il 21 aprile 2009, Franco Romito, fratello di Mario Luciano, venne ucciso. Franco Romito per anni aveva svolto un ruolo di confidente delle forze dell’ordine e aveva persino partecipato con gli uomini dell’Arma a posti di blocco per riconoscere i latitanti garganici. Solo una decina di mesi prima di essere ucciso Romito era stato assolto da accuse pesanti: associazione mafiosa, traffico di droga, duplice omicidio.

 

All’uccisione di Franco Romito seguirono varie feroci esecuzioni con una scia di morti, tra cui, il figlio di lui, poco più che ventenne, ucciso nel 2010 in un agguato mentre era in auto con lo zio Mario Luciano, scampato nuovamente alle pallottole e ferito in maniera lieve. Muore il nipote Michele.

 

La mafia garganica, e le faide vanno avanti da 30 anni; si contano 300 omicidi di cui l’80% è rimasto impunito. Spesso considerata, erroneamente, come una mafia legata all’abigeato, da cui forse parte negli anni ’70.

“Gruppi mafiosi pericolosi, sanguinari, che commettono azioni efferate e che devono essere contrastati in modo adeguato”. Questo il ritratto della criminalità nel Gargano tracciato recentemente dal Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti.

 

Una mafia che viene gestita da famiglie e che non risparmia nessun Comune del promontorio (come descritto nella mappa dalla relazione del Ministero al Parlamento sull’operato della Dia nel secondo semestre 2016, in basso), se pur con sfumature diverse e con business diversi.

L’ultima relazione semestrale della Dia, relativa alla seconda parte del 2016, presentata a fine luglio, parla di uno scenario criminale nella provincia di Foggia complesso e instabile, caratterizzato dalla notevole frammentazione dei clan e dall’assenza di un organo decisionale condiviso. Proprio la mancanza di un’azione unitaria, rileva la Dia, «potrebbero essere alla base dei precari equilibri all’interno delle singole organizzazioni». Viene poi segnalata la possibilità diffusa per i clan di attingere alle giovani leve, che vengono reclutate con ruoli marginali come la custodia di armi e droga, e un contesto ambientale omertoso, determinato anche dalla matrice familiare che contraddistingue i vari gruppi.

 

mappadia

(Mappa dalla relazione del Ministero al Parlamento sull’operato della Dia nel secondo semestre 2016)

 

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